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Volontariato e sussidiarietà, tra burocrazia e “certo” bullismo politico

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di P.M.M.


“Soltanto, quando penso che i grandi bolscevichi pretendevano di creare una classe operaia libera e che di sicuro nessuno di loro – né Trotzky, ma non credo neppure Lenin – aveva mai messo piede in un’officina e, quindi, non aveva la più pallida idea delle condizioni reali che determinano la schiavitù o la libertà operaia – vedo la politica come una lugubre buffonata”. (Simon Weil)

 

Non ho mai sopportato di unirmi al coro di chi punta il dito verso i politici, causa di tutti i mali, come fossero marziani, piovuti dal cielo, soprattutto quando i coristi sono quelli che parlano osservando gli avatar dei politici, cioè quelli trasmessi dai media, i personaggi televisivi.

Non l’ho mai sopportato, perché preferisco riflettere e criticare chi mi sembra di avere più a disposizione, cioè me stesso. Anche se, a dire il vero, cambiare sé stessi è forse persino più complicato che cambiare il contesto in cui operano i politici italiani, il che è tutto dire.

Dopo oltre 30 anni di rapporti, avuti in grandissima parte da esterno, con chi svolge quel ruolo sociale, dando per scontato le caratteristiche del mondo dei politici come elementi naturali e immutabili, mi sta salendo un irresistibile desiderio di esprimere anche io una specie di denuncia sull’insopportabile distanza tra quello che viene dichiarato e quello che viene praticato, in particolare, sul tema della sussidiarietà e del volontariato.

Quale è il rapporto tra i politici e il volontariato? Sicuramente quest’ultimo come categoria sociale rappresenta il buono e il giusto e nessun politico che non voglia essere tacciato per insensibile, (e perdere molti like) può evitare di citarlo come aspetto fondamentale della vita civile, della cittadinanza attiva, e come un esempio di coinvolgimento attivo del popolo, ringraziando così il lavoro dei volontari. Naturalmente risulta a tutti un sentimento sincero quando scorrono le immagini televisive dei soccorritori in caso di emergenze, di catastrofi, dai terremoti alle alluvioni. In quei contesti tutto va in ordine, le parole di ringraziamento sono sentite, il coordinamento del volontariato è in mano pubblica e tutti condividiamo che così deve essere. Ma il volontariato non è solo quello. E’ anche un impegno di persone non remunerate che quotidianamente lavorano per aiutarne altre a risolvere problemi sociali e ambientali, ambiti che, più o meno inconsapevolmente, sono così considerati esterni rispetto al cuore della società, e, quindi, non coperti da lavori pubblici e privati. Si rischia in questo modo di contribuire a marginalizzare la misura del contributo al valore della produzione nazionale da parte del volontariato, alimentando quella cultura che gli attribuisce la funzione di nobilitare il tempo libero (da cosa?), che discende da quell’impegno verso la carità che da secoli raccomandiamo di praticare.

Ma per il “fare politico quotidiano”, il volontariato è anche altro. Ad esempio, legittimamente, un bacino di voti, uno strumento di consenso sociale che, per questo, deve essere presidiato e sorvegliato da una parte politica piuttosto che da un’altra. Questo meno legittimamente, ma nell’ordine delle cose ça va sans dire. Ci vogliono esperienza, competenza e metodi consolidati perché i politici, in particolare quelli che operano nel locale, in ambito Comunale, ad esempio, possano, da una parte presidiare efficacemente quegli ambiti e dall’altra risultare aperti ai contributi di tutti.

Ma l’essere politico è evidentemente soggetto di relazione con il pubblico, il suo target, amato e odiato, croce e delizia, così come lo è per un attore di teatro. Lo sguardo della platea, i riflettori puntati nel palcoscenico sono un incubo e un sogno allo stesso tempo. Poi dalla platea spuntano quelli che bussano al camerino, che vorrebbero magari recitare anche loro. E qui i politici sono un po’ alla mercé di molti questuanti e si proteggono con segreterie che in cambio pretendono di poter aver un’autonomia nel potere fare da filtro e avere anche loro qualche mattone con cui costruire il loro muretto. Ogni tanto però, qualcuno buca il muro delle segreterie e in questi casi il “politico”, “l’uomo pubblico” adotta comportamenti di scivolamento, di sfilamento, che in casi estremi assomigliano tanto a forme di bullismo silenzioso fatto di mancate risposte, o promesse di “risentirsi” presto, sapendo che nella borsa dei propri strumenti ci sono tante giustificazioni per il continuo rimando di scadenze accennate, mai del tutto stabilite. Ma il silenzio, le mancate risposte o le risposte di maniera sono quasi peggio dei “no, non mi interessa”, che nessun politico si assume la responsabilità di dichiarare, ti fanno capire che non esisti, sei trasparente non sei degno di una risposta. La tua moneta è di poco valore nella transazione concessione/consenso.

Naturalmente tutti hanno bisogno di una giustificazione dei propri comportamenti che sia credibile. E i politici ne possono avere tante a disposizione. Come del resto i bulli, in altri ambiti, evidentemente e con diversi obbiettivi. Dal “così fan tutti” regole di un sistema politico che sarebbe bello, ma impossibile da cambiare pena la sostituzione dell’interlocutore politico o la vittoria dell’avversario, al tempo che manca, un assillo di cui farebbe volentieri a meno.

Mi viene in mente, a questo proposito, quell’esperimento citato da Kahneman premio Nobel dell’economia, nel suo libro “pensieri lenti, pensieri veloci”: era stata organizzata una riunione sulla assistenza sociale e sulla carità per giovani volontari dediti all’aiuto verso l’altro, religiosi e laici. Alcuni di loro correvano perché in ritardo e incontrarono un falso mendicante che chiedeva loro un po’ di attenzione. Nessuno si fermò: non avevano tempo, erano in grande ritardo per la riunione in cui si sarebbe parlato dell’ascolto dell’altro.

Il volontariato è un bacino in cui abbondano questo tipo di relazioni pericolose per i politici, soprattutto quanto lo slogan della sussidiarietà promuoverebbe un rapporto alla pari nella co-progettazione dei servizi.

Ma che differenza c’è tra sussidiarietà ed esternalizzazione di attività rispetto all’organizzazione committente, quali Comuni, enti istituzionali dedicati al sociale, a soggetti che minimizzino i costi interni, bypassando vincoli normativi che rendono meno efficaci svolgere internamente quelle attività? La sussidiarietà ha a che fare con la concorrenza di più soggetti della cosiddetta società civile di diversa provenienza, al fine di raggiungere un obiettivo comune politico sociale. Rispetto alla esternalizzazione di un servizio i soggetti sono partner che concorrono alla coprogettazione, e il coordinamento dell’ente istituzione e del politico di riferimento è quello di assicurare solo la coerenza verso le politiche generali di orientamento, non quello di stabilire chi partecipa e di definire i contributi e di verificare la qualità e il gradimento dei partner. Altrimenti ricadiamo nel caso della esternalizzazione di un servizio e chiamarlo con un altro nome è manipolatorio e non trasparente.

E solo un impegno proattivo che favorisca il coinvolgimento di tutti e non tanto l’adozione di regole formali e di chiare comunicazioni nei bandi per dimostrare che si è fatto il possibile, può assicurare che i partner non siano frutto di una selezione del capobanda politico. E come diverse sono le norme per assicurare l’accesso alla partecipazione pubblica dalle effettive possibilità di accedere, così lo sono le reali condizioni di operatività di un servizio rispetto a quanto annunciato, pianificato e approvato per legge.

Mi viene in mente, ad esempio, il codice deontologico dell’assistente sociale, in cui si riporta all’art. 51 l’obbligo dell’assistente di denunciare al responsabile del proprio ente quando non ci sono le risorse per dare le risposte sociali appropriate, e tra gli ultimi articoli si dice che il rispetto dello stesso codice è condizione per l’appartenenza all’albo. Tutti gli operatori sorridono, quando si ricorda il loro codice: dicono che i responsabili degli enti sanno benissimo che non ci sono le risorse adeguate, che gli assistenti confidano ai responsabili la situazione di fronte ad un caffè, ma scrivere mai: si passerebbe da un codice di comunicazione e da un linguaggio ad un altro. Saresti fuori del sistema se lo fai. Per capire la differenza tra rappresentazione e realtà basta “travestirsi” e andare in giro, nei centri di ascolto, nei gruppi di mutuo aiuto e ascoltare ponendo domande ingenue, dicendo, quali: “ma se ci sono gli operatori che girano, perché non porre a loro il problema, le incoerenze normative, l’impossibilità di attuare quanto viene dichiarato, i numeri di telefono che non rispondono, ecc.”? E ancora una volta ti guardano sorridendo: “la gerarchia serve proprio perché le informazioni si fermino agli uffici di livello immediatamente superiore”.

Pochi pianificatori, dirigenti dei piani alti vanno sul campo a verificare se funzionano, ascoltando, non solo i fortunati beneficiari di quelle iniziative, ma i destinatari e gli operatori che con loro hanno a che fare tutti i giorni. E questo per un motivo strutturale: la burocrazia e la gerarchia sono impostati per favorire quell’ignoranza che costituisce un fattore fondamentale per mantenere il sistema: piani alti non conoscono quello che si fa nei piani bassi. E viceversa.

In questa battaglia donchisciottesca per diminuire la distanza tra linguaggi e livelli, mi torna spesso in mente quello che dicono gli americani: “Avete mai visto un tacchino che si mette nel forno da solo” e che in questo caso, cercasse di favorire attivamente soggetti che non facciano parte del proprio bacino elettorale? Quasi sarebbe preferibile, per quel politico, che fossero di un’altra parte politica. Del resto, il tacchino si sente moralmente giustificato in questa selezione di parte dal fatto che lui vuol fare cose buone e giuste che non lo fa per sé stesso, che questa è la sua missione e per raggiungerla occorre mettere in atto tattiche di rafforzamento del consenso interno, come dire: “i fini giustificano i mezzi”.

Ma ormai molti hanno capito che i fini non giustificano più i mezzi, ma è la scelta di questi che condiziona e compromette gli stessi fini.

 

 

(9 dicembre 2023)

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