Dal sito ufficiale dell’Umbria Pride offriamo a lettrici e lettori il manifesto della manifestazione che si terrà a Perugia il 13 giugno a partire dalle 16.00 preceduto da una miriade di eventi collaterali. Alla manifestazione aderisce anche il nostro circuito editoriale con le sue testate principali.
Scendiamo nelle strade di Perugia in un tempo che non è neutro, non è stabile, non è sicuro. Un tempo in cui ciò che sembrava acquisito torna a essere messo in discussione, in cui i diritti diventano nuovamente oggetto di contrattazione politica, in cui le nostre esistenze vengono esposte, giudicate, limitate.
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Non è una sensazione: è un processo in atto.
A livello globale, assistiamo a una convergenza sempre più evidente tra crisi geopolitiche, regressioni democratiche e avanzata di movimenti reazionari che individuano nelle soggettività LGBTQIA+, nelle donne cis, nelle persone migranti, nei corpi non conformi, nelle persone povere, un bersaglio funzionale. In questo scenario, l’attacco ai diritti non è mai isolato: è parte di una più ampia ridefinizione degli equilibri di potere, che passa anche attraverso il controllo delle identità, dei corpi, delle relazioni.
Le persone trans*, oggi, sono al centro di questa offensiva. Non per caso, ma perché incarnano una possibilità radicale: quella di sottrarsi a un ordine che pretende di essere naturale, immutabile, gerarchico. È per questo che vengono colpite con particolare violenza, soprattutto quando sono giovani, quando rivendicano di poter crescere senza essere negate, patologizzate o rese invisibili.
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In Italia, il clima politico e culturale contribuisce a restringere gli spazi di autodeterminazione, a delegittimare percorsi di vita, a trasformare diritti in concessioni temporanee e precarie. È dentro questo quadro che si colloca il nostro Pride.
Per questo modello culturale, le nostre soggettività risultano scomodǝ, una variazione da deridere, patologizzare, nascondere, e addirittura eliminare. Questa scomodità, però, abbiamo imparato ad amarla, ad abitarla, a coccolarla. Siamo scomodǝ perché le nostre esistenze e la nostra resistenza all’odio secolare insinuano un dubbio profondo: sono felice rispondendo sì a tutto quello che la società mi ha chiesto di essere?
La dissidenza dal genere e dalle sue aspettative, la ridefinizione dei piaceri e dei desideri, l’immaginazione di orizzonti relazionali altri, tutto ciò che siamo e che vogliamo essere mette in crisi il più grande e radicato dei poteri: il capitalismo patriarcale.
Rivendicarsi scomodǝ significa abbracciare l’idea di essere il punto di rottura di un ingranaggio basato su oppressione e dominazione, il bastone fra le ruote di una macchina limitante e coercitiva.
La nostra scomodità si oppone alla comodità della norma e di chi la difende in virtù dei privilegi che da questa ottiene. Il nostro diritto a esistere in maniera libera, felice e piena è una priorità, e non sarà mai secondaria a tassazioni, buche del manto stradale e altre questioni politiche, economiche e sociali che comunque dobbiamo tuttǝ affrontare. L’unico grande privilegio sta nel poterle affrontare senza nel frattempo essere discriminatǝ, incarceratǝ e uccisǝ per la propria identità.
La scomodità ci ricorda che possiamo e dobbiamo migliorare, richiede a gran voce di essere esercitata, nutrita, curata, perché solo attraverso questa perdita di confort potremo collettivamente avanzare verso una società ampia e allargata, senza barriere e limitazioni di accesso alla propria felicità individuale e comunitaria. Solo attraverso una messa in discussione dei vincoli imposti dai modelli di potere vigenti potremo aprirci all’altrǝ e superare la guerra fra poverǝ di cui il sistema in cui viviamo si nutre.
Per questo continuiamo a esserci.
Non perché tutto sia uguale a prima, ma perché il conflitto non è finito. Perché la libertà non è mai definitiva. Perché ogni generazione è chiamata a difenderla e a ridefinirla.
Il Pride non è un rito, né una celebrazione svuotata. È una pratica politica che tiene insieme memoria e trasformazione, una rivolta portata avanti con rabbia e autodeterminazione delle proprie identità ed esperienze. È il luogo in cui ciò che è stato conquistato incontra ciò che ancora non esiste. È uno spazio in cui si produce immaginario, si costruiscono linguaggi, si aprono possibilità.
E proprio per questo rifiutiamo la sua progressiva neutralizzazione. Rifiutiamo un Pride ridotto a evento compatibile, decorativo, innocuo. Non siamo qui per essere accettabili: siamo qui per essere libere, liberi, liberə.
Questa presa di parola non riguarda solo il rapporto con l’esterno, ma anche quello che accade dentro le nostre comunità. Perché sappiamo che nessuno spazio è automaticamente giusto, inclusivo, attraversabile da tuttə. Le discriminazioni non scompaiono per dichiarazione: si trasformano, si spostano, si riproducono.
Per questo parliamo di intersezionalità non come parola d’ordine, ma come pratica politica. Significa riconoscere che le esperienze non sono tutte uguali, che le condizioni materiali, i corpi, le provenienze, le possibilità incidono in modo diverso sulle vite delle persone. Significa riconoscere che esistono marginalità anche dentro i nostri spazi: nell’invisibilizzazione delle soggettività queer femminili, nelle difficoltà attraversate dalle persone con disabilità, nelle esclusioni che colpiscono chi vive condizioni economiche o territoriali più fragili.
Significa anche mettere in discussione logiche più profonde, che riguardano il modo in cui ci relazioniamo: rifiutare ogni prospettiva che gerarchizza le esperienze, che pretende di stabilire chi è più legittimə, più rappresentativə, più “giustə”. In questo senso, rivendichiamo una pratica di fiducia radicale: il riconoscimento reciproco come base politica, finché nessuna esistenza nega l’altra.
Questo sguardo implica anche una critica più ampia alle dinamiche di potere che attraversano il mondo in cui viviamo. Rifiutiamo le logiche coloniali che continuano a strutturare le relazioni tra Stati, ma anche quelle più sottili che si riproducono nelle relazioni quotidiane, nei linguaggi, nelle rappresentazioni. Rifiutiamo ogni processo di disumanizzazione, perché sappiamo che è sempre da lì che inizia la sottrazione dei diritti.
Allo stesso tempo, sappiamo che la libertà non si costruisce solo sul piano simbolico. Ha bisogno di strumenti concreti, di politiche, di trasformazioni materiali.
Per questo rivendichiamo l’educazione sessuale e affettiva come elemento strutturale dei percorsi formativi: non come contenuto aggiuntivo, ma come condizione per decostruire la violenza, il patriarcato, le disuguaglianze. Allo stesso modo, strumenti come le identità alias rappresentano dispositivi minimi di riconoscimento, che devono essere garantiti e non ostacolati.
Parliamo di accessibilità perché vogliamo che questo spazio sia realmente attraversabile da tuttə: nei corpi, nei linguaggi, nelle possibilità di partecipazione. Parliamo di sicurezza perché troppe persone continuano a vivere la propria identità come un rischio quotidiano, nei luoghi pubblici come in quelli privati.
Parliamo di territori perché sappiamo che non tutte le vite hanno lo stesso accesso alla visibilità, ai servizi, alle reti di protezione. In una regione come l’Umbria, chi fuori da Perugia vive nei piccoli comuni o nelle aree interne sperimenta spesso isolamento, solitudine, assenza di spazi. Questo Pride qui significa anche questo: rompere quella distanza, costruire connessioni, affermare che nessuna vita deve restare ai margini.
Dentro questo orizzonte si collocano anche le rivendicazioni che da anni attraversano il movimento: il pieno riconoscimento di tutte le nostre famiglie, il matrimonio egualitario, l’accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, politiche attive di contrasto alle discriminazioni, un welfare capace di includere davvero.
Non sono richieste separate, ma parti di una stessa idea di società. Una società in cui l’esistenza non sia sottoposta a verifica. In cui i diritti non siano graduati. In cui la libertà non sia concessa, ma riconosciuta come condizione di partenza. Il Pride è il luogo in cui questa idea prende forma e sostanza. Ma ciò che accade qui non si esaurisce qui: continua nelle vite, nelle relazioni, nei conflitti quotidiani.
Scendiamo in piazza perché sappiamo che nulla è garantito. Ma anche perché sappiamo che tutto può ancora essere trasformato.
E questa possibilità, oggi, passa da qui. Passa da noi.
E dalla scomodità che portiamo.
(8 maggio 2026)
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